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La Storia di Gianmarco

Cari Lettori,

accogliamo oggi la testimonianza di mamma Martina. La sua storia ci racconta, tra le scosse di un terremoto reale e uno personale, lo smarrimento, la paura, la ricerca della speranza. Una testimonianza bellissima, che ha il coraggio di scendere nelle profondità del cuore e della mente, per guardare negli occhi il dolore e scoprire che in mezzo a quel dolore esistono “piccoli miracoli silenziosi”, i miracoli dell’Amore.

Oggi Gianmarco compie 10 anni e questa comunità di Famiglie FaBED lo festeggia come solo sa fare chi ha conosciuto le stesse sue sofferenze.

Auguri Giammi e grazie Marti per averci permesso di festeggiarlo

Gianluca Venanzi

 

24/08/2016- 24/08/2026

Sono dieci anni che questa storia aspetta il suo momento.

Ho provato a scriverla tante volte, ma ogni volta le parole tornavano a riposare in un cassetto, come se sapessero che non era ancora tempo. Come se alcune stanze del cuore avessero bisogno di tempo prima di lasciarsi attraversare senza fare troppo male. Perché il tempo non guarisce tutto. Ma fa qualcosa di più gentile: insegna al dolore dove stare, gli trova un posto accanto all’amore e, un giorno, quasi senza accorgertene, ti permette di guardare indietro con consapevolezza.

Forse quel giorno, per me, è arrivato. E allora apro quel cassetto e lascio che questa storia abbia finalmente voce.

Non per scriverne il finale, ma per onorare tutto ciò che è stato e tutto ciò che, da lì, è diventato. Perché alcune storie non finiscono mai e forse raccontarle è solo un altro modo di ricominciare.

 

Oggi Giammi compie dieci anni. Dieci anni di vita. E ancora oggi, a pensarci, mi sembra quasi impossibile pronunciarlo senza fermarmi un istante. Perché dieci anni fa quella parola, vita, non aveva nulla a che fare con certezza. Era un filo sottilissimo a cui ci aggrappavamo ogni giorno, con il fiato sospeso e il cuore pieno di paura.

La parola “ernia diaframmatica congenita” è entrata nella nostra vita quando ero una mamma alla prima gravidanza, piena di sogni semplici, ingenui, immensi. Fino a quel momento la mia pancia era attesa, carezze, futuro.

Ci sono tante cose che non voglio raccontare.

Non voglio raccontare lo smarrimento della diagnosi a 15 giorni dalla “fine” e la corsa contro il tempo alla ricerca del miglior medico, miglior ospedale…miglior cuore a sostenerci.

Di come ho disfatto la valigia azzurra di Topolino regalata dalla zia per il primo “viaggio”, piena di cambi scelti con cura e amore, peluche e coccole, per metterci le prime mie cose prese alla rinfusa, veloci, tristi, fredde per il mio ricovero immediato.

Non voglio raccontare di quella notte del 24 agosto 2016. La terra tremava mentre dentro di me iniziava il travaglio. Ero sola in quella stanza d’ospedale quando le prime contrazioni hanno iniziato a farsi sentire, timide, ma già cariche di paura. Fuori il terremoto aveva spezzato il silenzio del mondo e dentro di me sembrava crollare tutto insieme. Smarrita in quelle ore sospese, corridoi agitati, voci concitate. L’équipe che avrebbe dovuto essere pronta per noi ancora bloccata dall’emergenza, divisa tra sale parto, ritardi, difficoltà ad arrivare. Io aspettavo, silenziosa, rispettosa ma con il cuore che batteva più forte delle scosse, con la sensazione terribile di essere persa in qualcosa di immensamente più grande di me, ingiusto, tremendamente vero e imminente.

In quel momento non avevo paura solo del parto. Avevo paura del caos, dell’incertezza, del non sapere se tutto sarebbe stato pronto per accogliere il mio bambino fragile.

Eppure, in mezzo a quel disordine, mentre il mondo fuori tremava davvero, lui stava già insegnandomi la sua prima lezione:

che a volte si nasce così, attraversando la tempesta. E che il primo passo può essere il più difficile, ma è già l’inizio del cammino.

Non ricordo quasi nulla dei termini medici.

Non ricordo numeri, diagnosi, saturazioni, nomi delle medicinali somministrati. Ho ricordi confusi sui dettagli tecnici, ma chiari, forti, nitidi quelli del cuore. Il rumore delle macchine della TIN, quel suono incessante che mi martellava dentro, il freddo di quelle stanze, anche se era agosto, le mie mani che tremavano e che cercavo di nascondere nelle tasche per farmi coraggio.

Il profumo dei bambini che occupavano a rotazione il lettino vicino al mio, che coccolavo mentre la mamma riposava in attesa di cominciare la loro vita insieme fuori di lì.

Ricordo la pressione incredibile delle mie braccia per sollevare a peso morto il mio bacino dalla sedia a rotelle dopo il cesareo, con il dolore ancora aperto addosso, debole…ma pronta per incontrare il mio bimbo meraviglioso, strappato via con decisione dal mio grembo, senza darci tempo nemmeno di sfiorarci.

Nascosto tra tubicini e fili, così piccolo da sembrare fragile come il respiro stesso, ma dai prepotenti lunghi capelli neri che ci facevano sorridere, ci distoglievano inconsciamente per un istante dall’incubo in cui eravamo improvvisamente finiti.

Non voglio raccontare delle promesse sussurategli all’orecchio prima della sala operatoria, né delle notti passate a cercare speranza nelle storie scritte da chi questo l’aveva già passato….di quel senso di impotenza quando mi dissero di non toccarlo perché “non doveva stressarsi” quando avrebbe avuto bisogno del calore che solo una mamma può dare.

Eppure, anche nel dolore, esistevano piccoli miracoli silenziosi. Esistevano “persone” arrivate quasi per caso che diventavano appigli. Esistevano famiglie e amiche care, che aspettavano ore solo per stare accanto a noi, anche solo dieci minuti di sfuggita, nella sala d’attesa della Tin.

Esistevano carezze trattenute, latte tirato con ostinazione, cadute e lente riprese, speranze custodite in silenzio, segnali, preghiere.

E soprattutto esisteva lui. Giammi 💚 Così piccolo, eppure già immenso.

 

Voglio raccontare invece il momento in cui, dopo ventiquattro giorni, si è attaccato al seno per la prima volta, ancora con la CPAP….in quel momento ho sentito timidamente che stavamo imparando la nostra vita insieme. Siamo rimasti stretti così per anni, pelle contro pelle, cuore contro cuore. È stato quello il momento in cui mi sono sentita per la prima volta veramente la sua mamma.

L’espressone della dottoressa dopo l’intervento. Quella sì, eh come te la scordi. La sognavo scendere da lì da ore. L’avevo quasi idealizzata esattamente così come l’ho vista che quando scese, veramente, non sapevo se fosse vera o l’ennesima visione ad occhi aperti: abbassò la mascherina e mi sorrise. Non era il sorriso di chi dice “è andato tutto bene”, ma quello di chi aveva appena incontrato un guerriero.

E oggi quel guerriero ha dieci anni.

Oggi ci sono scarponi infangati lasciati all’ingresso. C’è un pallone che rimbalza in salotto e fa cadere tutto almeno un giorno sì e l’altro pure. Ci sono magliette rossonere stese ad asciugare. Ci sono risate attorno al tavolo della nonna, la domenica. Ci sono chilometri di trekking fatti insieme, con lui davanti a passo deciso alla scoperta del mondo.

Oggi c’è vita che corre.

Giammi è un bambino sensibile, buono, altruista, curiosissimo, dopo mille domande c’è sempre la milleunesima.

Ama i koala, il calcio, è un gattaro incallito.

In quarta elementare inciampa ancora nelle doppie, ma in matematica vola.

È un milanista sfegatato e sempre in movimento: in campo con la sua squadra, in casa distruggendo mezzo salotto e nel lettone quando ci regaliamo il pigiama party in famiglia.

Ma la cosa più bella è il modo in cui guarda il mondo.

Per un progetto scolastico ha scritto ai bambini del Salesi raccontando che la sua cicatrice è un segno distintivo che porta con orgoglio, invitandoli a non avere paura.

Adora i suoi cugini, gli zii, i nonni. La prima domanda della domenica mattina è: oggi mangiamo tutti insieme?

E questo sì che voglio raccontare.

So che non sempre le storie hanno risvolti così positivi come la nostra. Esistono famiglie che hanno affrontato perdite impossibili da raccontare.

La mia non vuole essere una favola.

Non vuole essere una promessa.

Vuole essere un incoraggiamento.

Perché quando io passavo le notti a intravedere il futuro nelle righe che leggevo scritte dalle mamme di bambini meravigliosi come il mio qualche tempo prima, avevo bisogno di sapere che era possibile.

Non certo. Non garantito. Ma possibile.

E allora questa storia la affido a chi oggi è dentro quella stanza fredda.

Non posso togliere la paura.

Ma posso dirvi che, a volte, dopo la tempesta, c’è davvero vita che corre.

E che anche solo sapere che può succedere aiuta a respirare.

Oggi festeggiamo dieci anni.

Dieci anni di una vita che ha scelto di esserci e che ci ha sì messo di fronte a grandi paure, ma ci ha insegnato a dare valore alle piccole cose, quelle che contano davvero.

 

A breve partiremo insieme per il Cammino di Santiago, non lo faremo tutto, lo faremo finché vorremo, finché ce la faremo. Senza l’obbligo di arrivare, senza dover dimostrare niente a nessuno.

È il mio modo per esprimere gratitudine, per non sprecare la possibilità che ci è stata data, per renderle onore, sempre. Per collegare chi siamo stati a chi stiamo diventando, attraversando una geografia che oltre ad essere fisica, fatta di sentieri e salite, è soprattutto interiore.

Passo dopo passo, tornerò anche un po’ da quella mamma di dieci anni fa e camminerò anche per lei. Per raggiungerla, finalmente, e perdonarla, perdonarmi se ho dubitato.

Perché dieci anni fa c’erano passi che non sapevamo se avremmo mai visto.

Passi immaginati. Passi sperati. Passi affidati alle mani dei medici, alle preghiere, alla speranza.

Oggi quei passi hanno il rumore degli scarponi sul sentiero. Hanno il fiato corto delle salite, le risate durante le soste, gli occhi curiosi di un bambino che non smette mai di scoprire il mondo. Ogni chilometro sarà un promemoria silenzioso di quanto lontano siamo arrivati. Perché la meta, non è Santiago, la meta è poter camminare insieme.

E forse è proprio questo che questi dieci anni mi hanno insegnato: che la felicità non è arrivare senza fatica, ma avere qualcuno con cui condividere ogni passo.

E se anche solo una mamma, un papà, una nonna, una zia, leggendo queste parole sentirà un po’ meno freddo nel cuore, allora tutto quel dolore avrà acceso luce per qualcun altro. E la nostra ferita sarà più lieve da ricordare.

A te, Giammi, se un giorno leggerai queste semplici parole della mamma: io non penso alla tempesta con tristezza.

Penso a te con gratitudine.

Perché mi hai insegnato che amare non significa proteggere qualcuno dalla vita, ma essergli accanto con fiducia mentre la si attraversa. Perché non si è soli, ma si è insieme e insieme si è più forti.

L’amore vero non trattiene, non salva, non pretende, l’amore vero cammina.

Cammina anche quando la strada sale.

Quando ci si ferma per riprendere fiato.

Quando si ha paura.

Quando sembra di non farcela.

Resta. E nel restare, rende possibile ogni passo.

E io rifarei ogni passo.

Ogni attesa. Ogni fiato sospeso.

Anche se la terra trema.

Per arrivare esattamente qui. A te.

Grande Giammi, amore mio, buon compleanno ♥️

Mamma Marti

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