La Storia di Pierfabrizio
Questa
è una storia semplice, dove, a viste puramente umane, non c’è nulla di
trascendentale.
Ma
è e vuole essere una testimonianza dell’agire in chiaroscuro di una
Provvidenza che lascia i suoi segni nel mondo che lei stessa ha creato. “Tu
sei un Dio nascosto” scriveva Isaia, “che ha progetti di pace e non di
sventura” continua Geremia, e “le sue vie non sono le nostre vie, i suoi
pensieri non sono i nostri pensieri” riprende ancora Isaia, e lo si trova non
nel terremoto o nel fuoco ma “nella brezza leggera” dell’Oreb come accade
ad Elia.
Ed
è una storia di speranza.
La
storia di Pierfabrizio ha un prologo la notte di mercoledì 22 marzo 2006: stavo
tornando con la mia automobile da Cagliari dove avevo preso parte ad una cena
con amici verso Iglesias: lì solitamente lavoro e vivo dal lunedì al venerdì
presso il III Battaglione Allievi quale maggiore medico dell’Arma dei
Carabinieri.
Non
era tardissimo, forse le 23, ma nel percorrere la strada ad un tratto,
improvvisamente (ero più o meno a metà del viaggio avendo percorso circa
venti-venticinque chilometri dei cinquanta che dividono le due città) ho avuto
un colpo di sonno: pochi impercettibili secondi di quasi incoscienza legati alla
stanchezza del giorno di lavoro (non avevo bevuto se non acqua, io sono astemio,
e avevo mangiato pochissimo) che avrebbero potuto trasformarsi in tragedia, ma
non lo sono diventati: Qualcuno, anzi Qualcuna mi ha protetto
con la sua mano materna, svegliandomi pochi microsecondi prima che, dopo aver
attraversato le due carreggiate della superstrada, andassi a schiantarmi sul
guard rail. Due “piccoli” miracoli in pochi microsecondi: non ho tagliato la
strada a nessuno in quei 100,
Realizzato
quanto mi era accaduto ho capito (non chiedetemi come, ancora oggi non saprei
rispondervi ma SO che è andata così) che Maria Santissima mi aveva protetto
salvandomi la vita. Profondamente turbato (e premetto che non sono né un
bigotto né un visionario e non sono mai stato un ardente fan della Madonna.
Potevo definirmi allora un credente e praticante come tanti) quella notte,
giunto al Battaglione e messomi a letto nel mio alloggio non ho potuto quasi
chiudere occhio.
Ed
è stato allora che riflettendo su tante cose mi è venuta in mente la mia data
di nascita, il 27 novembre, il giorno in cui nel
E
mi è venuto in mente (ah, la differenza tra vedere e guardare!!) che io e la
mia sposa Marcella abbiamo celebrato il nostro matrimonio il 4 ottobre del 2003,
dopo 11 anni di fidanzamento, nella nostra parrocchia di Sassari dedicata a San
Vincenzo de’ Paoli, il fondatore dell’ordine religioso di cui suor Caterina
Labourè avrebbe fatto parte.
E
non era finita: erano circa le due di notte quando seguendo uno di quei pensieri
improvvisi che solo alle due di una notte insonne ti afferrano, andando a
consultare un calendario e cercando il giorno in cui io festeggio l’onomastico
San Fabrizio (mai festeggiato prima e praticamente sconosciuto anche a me) e
scoprendo che quel giorno è il 22
agosto, lessi (ma non me ne stupii: nulla in quella notte ormai mi stupiva ..)
che in quel giorno si festeggia anche e soprattutto
Tutto
casuale? No, non potevo crederlo.
Presi
allora la decisione di andare il venerdì successivo, 24 marzo
E
qui comincia la nostra storia.
Da
qualche mese stavamo cercando di dare un fratellino o una sorellina alla nostra
bambina, ma essendo io a
Comunque
quel venerdì 24 marzo 2006, davanti alla Madonna, dopo averla ringraziata per
quanto aveva voluto fare per salvarmi la vita due sere prima, Le chiesi di
intercedere per noi e per quel nostro desiderio di mettere al mondo una nuova
vita promettendoLe che se avessimo avuto una bambina l’avrei chiamata Maria e
comunque maschio o femmina avrei consacrato questa creatura a lei.
Pierfabrizio
fu concepito quella notte, dopo la mezzanotte, ossia il sabato 25 marzo 2006.
Sabato, giorno mariano sin dall’inizio del cristianesimo e 25 marzo, il giorno
dell’Annunciazione dell’Arcangelo Gabriele a Maria, il giorno in cui lei
concepì Gesù per opera dello Spirito Santo.
Naturalmente
scoprimmo di aspettare un bambino circa venti giorni dopo ed io aggiunsi un
altro tassello al mio personalissimo mosaico mariano, restandone affascinato e
colpito. Tanto colpito da convincermi che quella creatura sarebbe stata una
femminuccia, Maria appunto (con una certa perplessità da parte di Marcella, non
del tutto incline a seguirmi nei miei ragionamenti “mistici”)
I
giorni passavano le settimane volavano e si arriva così a fine giugno del 2006
quando il nostro ginecologo ci dice “Sarà maschio. Tutto bene per il
resto.” Ci rimasi un po’ maluccio, mi ero abituato all’idea di un’altra
femminuccia, non avevamo peraltro minimamente pensato a nomi maschili, ma in
fondo l’importante era che fosse sano.
Un
maschio dunque. Decidemmo di chiamarlo in anagrafe Pietro Fabrizio (Pierfabrizio
per gli amici), aggiungendo altri tre nomi al fonte battesimale: Benedetto,
Paolo e, a scioglimento della promessa da me fatta alla Madonna, Maria.
Nel
frattempo ad Iglesias, nella parrocchia sul cui territorio è il nostro
Battaglione, guarda caso dedicata al cuore Immacolato di Maria, era arrivata a
fine aprile e per sette giorni lì era state ospite la statua pellegrina della
Madonna di Fatima, la bianca Signora.
Sono
stati sette giorni spiritualmente irripetibili: ho scoperto il Rosario (io che
avevo sempre considerato quella pratica come cosa da vecchie bigotte!). Allora
non lo sapevo, ma nei mesi a venire proprio la recita del Santo Rosario sarebbe
stato per me il porto sicuro nel cui seno trovare riparo.
E
si arriva così a lunedì 31 luglio 2006. E’ il giorno dell’ecografia
morfologica. Io sono ad Iglesias dalla sera precedente, non ho potuto chiedere
un giorno di permesso, sono l’unico Ufficiale medico del mio Reparto, e così
Marcella è dovuta andare sola con Flavia Marcella a visita. L’appuntamento è
per le 11 del mattino, ma quel giorno ci sono molti parti cesarei ed il
ginecologo non si libera prima delle 16 e 30. La bambina nel frattempo è stata
affidata ai nonni materni.
Comincia
quella che avrebbe dovuta essere un’ecografia di routine, ma che si trasforma
subito in qualcosa di ben diverso: mi dirà poi Marcella che il nostro
ginecologo, sempre gioviale e scherzoso, mentre osserva lo schermo dell’ecografo
all’improvviso cambia umore, non sorride più, comincia ad insistere su un
punto preciso, osserva, scruta, ricontrolla. Poi, dopo 20 interminabili minuti
si ferma e dice alla mia povera sposa (povera Marcella, quante cose hai dovuto
affrontare da sola. Ti amo più della mia vita cucciola!!) che il cuore è
troppo spostato a destra, che intravede delle anse intestinali in torace, che
sospetta un’ernia diaframmatica sinistra, che la situazione è seria, che il
bambino non può nascere a Sassari, città sprovvista di un reparto di
rianimazione neonatale e con una chirurgia pediatrica solo nominale, che occorre
andar fuori, e precisamente a Genova, Ospedale “Gaslini” dove il nostro
piccolo appena nato con parto cesareo, sempre che arrivi al parto e che
sopravviva ai primi momenti di vita autonoma, dovrà essere intubato,
addormentato portato in rianimazione e sottoposto all’indispensabile
intervento chirurgico senza cui non potrebbe comunque vivere.
Tutto
questo in pochi minuti, quasi di getto, in un fiume di nozioni, di spavento e di
dispiacere (ci è molto affezionato il nostro ginecologo, e ci vuole bene. Non
lo ringrazieremo mai abbastanza per aver fatto diagnosi prenatale e per averci
indirizzato a Genova).
Marcella
mi chiama al telefonino alle 17 e 30 e con una voce stanca (e ci credo, pensai
prima di sapere, è lì da sei ore!!) mi dice che il bambino ha un problema
grosso, un’ernia diaframmatica sinistra, che la situazione è grave, che
bisogna andare a Genova.
La
nostra vita era cambiata.
I
primi minuti dopo la notizia ricordo di averli passati quasi in trance: ERNIA
DIAFRAMMATICA SINISTRA. Cercavo di scavare nei miei ricordi universitari per
trovare qualcosa che potesse aiutarmi ad inquadrare al meglio questa situazione,
ma tutto non si può tenere a mente, io mi sono laureato nel
Ma
qualcosa mi diceva che la situazione non era semplice. Riflettei sul fatto che
se un emitorace è occupato dall’intestino allora il polmone di quel lato non
può svilupparsi, perché non ha posto per espandersi, e quindi questi bambini
possono andare incontro alla morte, una volta nati, per insufficienza
respiratoria.
Mi
sono attaccato ad Internet, ho cliccato le due parole orribili ERNIA +
DIAFRAMMATICA su Google e mi sono immerso in 20 minuti di embriologia,
fisiologia, patologia chirurgica pediatrica, neonatologia.
Avevo
intuito bene: il 50% dei bambini affetti da ernia diaframmatica muore alla
nascita per insufficienza respiratoria da mancato sviluppo di uno o di entrambi
i polmoni, a seconda della quantità di intestino e/o fegato che, a causa della
parziale o totale assenza del diaframma risalgono in torace. Ovviamente laddove
anche il fegato è in torace e quindi entrambi i polmoni non hanno potuto
svilupparsi la mortalità è del 100%.
Ma
non bastava. Molti bambini erano colpiti da ipertensione polmonare nel polmone
poco sviluppato, come se quell’accartocciamento di tessuto polmonare su se
stesso impedisse al sangue arterioso di circolare liberamente all’interno
dell’organo e questo rendeva infausta la prognosi anche per il 50% che
sopravviveva alla nascita e giungeva all’intervento chirurgico (da farsi entro
le prime 24-48 ore di vita), a causa di delicati squilibri circolatori che
andavano a ripercuotersi sul cuore, che spesso non ce la faceva a vincere la
resistenza incontrata nel polmone malformato, con conseguente quadro di
scompenso circolatorio, peraltro resistente alle normali terapie mediche, tanto
per gradire.
Inoltre
l’intestino malrotato poteva anche non funzionare, potevano esserci
malformazioni varie a carico dell’apparato digerente (fistole, atresie ed
amenità varie) e/o cardiaco.
Per
non parlare del polidramnios, ossia dell’impossibilità per il feto di bersi
il liquido amniotico (cosa che è fisiologica) per ostruzione esofagea da
compressione o per ripiegamento dell’esofago se anche lo stomaco fosse
risalito in torace, con conseguente emergenza per bambino e mamma (Marcella?!
No, questo poi no!!!)
Ho
avuto conferma che l’ernia diaframmatica è una condizione rara: 1 su 3000
nati vivi (che bello sentirsi rari, ho pensato amaramente!)
Infine,
dulcis in fundo, in circa 1/3 dei casi l’ernia diaframmatici è la spia di una
trisomia gravissima (la 18) con conseguente prospettiva per il bambino di una
vita racchiusa in pochi giorni o, nei casi più fortunati (fortunati? Pensai tra
lo sconforto) massimo 7- 10 anni di sofferenza per poi comunque morire.
Insomma,
in una parola è una brutta, bruttissima gatta da pelare.
A
volte essere medici non è una bella cosa. Non puoi nasconderti
nell’inconsapevolezza. Sai tutto, devi sapere tutto. E devi affrontare i tuoi
fantasmi.
Come
un automa sono salito dal mio Comandante, in breve gli ho spiegato la situazione
e gli ho chiesto di poter partire subito per Sassari. Dovevo tornare a casa, per
un giorno ma dovevo. Mi è stato concesso (quanto sono stati pazienti con me i
miei superiori e l’Arma tutta!!! Sono fiero di farne parte, di indossare la
divisa nera, perché sono in un’Istituzione di Uomini e Donne di cuore!!
Grazie!!).
Con
un coltello nel cuore sono partito alle 18 e 30 per Sassari dove, dato il
traffico sardo e turistico del 31 luglio e la qualità delle nostre strade sono
arrivato verso le 21 e 30.
Con
Marcella ci siamo abbracciati senza parlarci per almeno cinque minuti. Poi
abbiamo pianto insieme per un po’ (e meno male che la nostra bambina era già
addormentata. Piccola Flavia Marcella: nonostante le nostre prudenze hai capito
tutto sin da subito, hai pregato per il tuo fratellino, hai subito tante cose; a
due anni. Ti amo figlietta mia!! Sei straordinaria!!).
Quella
notte non abbiamo dormito. C’era da lottare, da combattere, non da arrendersi:
questo bambino doveva nascere, noi genitori avevamo il dovere di farlo nascere
nel posto migliore per lui, e subito dovevamo battezzarlo: avrebbe affrontato
così le sfide che lo attendevano da figlio di Dio, da cristiano.
Il
pensiero del battesimo mi diede pace. Riconfermai il mio proposito a Maria
Santissima: questo mio figlio sarebbe stato consacrato a Lei comunque, o per le
poche ore o giorni che avrebbe vissuto in caso di prognosi infausta, o per la
sua intera vita ricca di giorni.
Il
giorno dopo, primo agosto, compleanno della nostra bambina e quattordicesimo
anniversario del nostro incontro e subitaneo fidanzamento (avvenuto nel 1992
quando io avevo compiuto 28 anni e Marcella appena 18) tornammo dal nostro
ginecologo che ci diede il recapito di una collega del “Gaslini”,
ecografista di terzo livello. La chiamammo: ci fissò il primo appuntamento per
lunedì 21 agosto, con il risultato dell’amniocentesi (ancora da fare) da
portare al seguito.
Il
pomeriggio io dovetti ritornare ad Iglesias per riprendere il lavoro.
Cominciava
il tempo dell’attesa, con tante ore per pensare, troppe forse, ma anche tante
per pregare: quel Rosario che avevo cominciato a recitare quotidianamente da
neanche tre mesi (e non per la gravidanza in corso, ci tengo a sottolinearlo) si
rivelò la mia dolce ancora di salvezza.
Cominciai
a girare su Internet e scoprii questo sito che raccontava la storia di Agnese
Benedetta, una bimba che aveva superato l’intervento e cresceva sana e forte:
nel leggere il racconto del papà Gianluca, immedesimandomi, piansi come un
vitello.
Uno
dei link del sito era
Credetemi
quei venti giorni prima del primo viaggio a Genova sono stati in assoluto i più
difficili della mia vita (Marcella sola cinque
giorni su sette a Sassari, io solo a
Chiesi
aiuto al Beato Papa Giovanni XXIII di cui sono devoto e che considero il più
grande Papa degli ultimi 500 anni, composi una supplica chiedendogli con parole
mie di aiutare mio figlio, lui il Papa dei bambini, lui che era andato a
trovarli in ospedale, che la sera dell’apertura del Concilio ecumenico
Vaticano II nel celeberrimo “discorso della luna” aveva detto ai centomila
radunati in Piazza San Pietro: “Tornando a casa troverete i bambini: date una
carezza ai vostri bambini e dite: questa è la carezza del Papa..Troverete
qualche lacrima da asciugare..dite una parola buona, il Papa è con noi,
specialmente nelle ore della tristezza e dell’amarezza.”
Venne
eseguita l’amniocentesi: il bambino era cromosomicamente normale, un normale
maschietto con i suoi 46 cromosomi carini carini. Geneticamente sano.
Un
primo grande grandissimo punto a suo favore.
Domenica
20 agosto, affidata Flavia Marcella ai nonni, prendiamo la grande nave bianca e
partiamo per Genova, dove lunedì 21 veniamo accolti al “Gaslini”. La
collega ecografista effettua subito un primo controllo, conferma la diagnosi e
ci dice che si, sarà dura, ma che comunque lo stomaco è sottodiaframmatico e
che non si vedono malformazioni cardiache.
Mi
si accende una luce: nei miei tours informatici (nel frattempo ero diventato un
“erniodiaframmatologo” coi fiocchi!!) su Internet, in un paio di siti
americani avevo letto che fattore prognostico favorevole poteva essere
considerato il fatto di osservare al 5° mese di gestazione lo stomaco là dove
doveva essere. Era il nostro caso! Il primo spiraglio di luce!
Non
voleva dire molto, in fondo, ma era pur sempre una speranza.
L’ecocardiografista
fetale confermò che il cuoricino di Pierfabrizio era perfetto.
Il
nostro piccino insomma era sano come un pesce, ma il suo diaframma a sinistra
non si era chiuso come avrebbe dovuto fare e ciò aveva permesso all’intestino
di migrare in torace comprimendo il polmoncino sinistro. Aveva! “solo”
questo che non andava (e non bastava? pensai io)
Ci
fecero parlare anche con un chirurgo pediatrico, che ci snocciolò tutto lo
scibile in negativo sulle ernie diaframmatiche: morte della metà dei bambini,
complicanze pre-intra e post operatorie ecc. Non ci fece piacere sentirci dire
che ancora oggi la metà degli affetti da questa malattia muore, ma i chirurghi
sono fatti così, non sono mai molto ottimisti, e forse è un bene: se una
persona è preparata al peggio poi affronta il meglio…meglio.
Il
22 ripartimmo per
E
con l’appuntamento per il parto per la terza decade di novembre, circa 20
giorni prima del termine naturale previsto, da regolo ostetrico, per il 16
dicembre.
Tornati
a casa la vita riprende: io al lavoro ad Iglesias a curare i miei giovani
allievi carabinieri e Marcella a casa (non lavora ancora) con la bambina (e meno
male che i suoi genitori abitano nell’appartamento a fianco). Soli e lontani,
ma spiritualmente uniti. Il gestore telefonico dei nostri cellulari si è fatto
d’oro con noi in quel periodo.
Non
è stato un periodo facile, affatto. Più si avvicinava la data più il timore
si alternava alla speranza.
In
tempi non sospetti, negli anni precedenti, avevo approfondito la mia spiritualità,
e nei periodi bui che ciascuno sotto questo cielo attraversa, avevo sempre
chiesto al Padre di aiutarmi ad accettare la sua volontà, qualunque fosse ed
ero giunto ad una conclusione all’apparenza ovvia ma che nella vita pratica di
tutti i giorni viene posta sempre in discussione, ossia che la fede non è una
polizza di assicurazione che preservi il credente dal male del mondo. Tante
volte nella mia professione di medico, specie quando ho dovuto comunicare
diagnosi di una certa serietà, la prima reazione dell’ammalato era quasi
sempre “Perché proprio a me?” Quelli poi che avevano la grazia della fede
aggiungevano “Non ho fatto mai male a nessuno, sono praticante. Perché Dio mi
vuole punire così?”
Non
avevo mai saputo che rispondere. La risposta l’avrei trovata ai primi del mese
di novembre del 2006 grazie alla Quercia millenaria. Ma non anticipiamo.
Ed
ora ero io dall’altra parte della barricata, tramite quel mio figlietto che
stava crescendo inconsapevolmente malformato nel grembo della mia sposa..
Ringrazio
Dio perché, forte nella convinzione che c’è un ordine nel mondo che
trascende le nostre possibilità di conoscenza e che “tutto è grazia” come
scriveva Bernanos nelle ultime righe del suo capolavoro “Diario di un curato
di campagna”, non ho mai chiesto “Perché
proprio a me?”.
Marcella
in tutto questo periodo si è dimostrata più forte di me, non ha mai dubitato
del fatto che avremmo potuto riportarci a casa il bambino sano e salvo, e non
per un discorso di fede (lei ne ha molta ma ha con Dio un suo rapporto speciale
che spesso rifugge da devozionismi e pratiche), ma perché lo sentiva in sé.
E
in fondo se il cuore di una donna è un oceano di segreti, quello di una madre
è un universo misterioso di sensazioni.
Intanto
i giorni passavano. Tutto era predisposto per partire dalla Sardegna sabato 18
novembre per poter così far nascere il bambino la settimana successiva,
l’albergo prenotato, il mio Comando aveva attivato il Comando Generale
dell’Arma a Roma per farmi sostituire, quando giovedì 19 ottobre, nel corso
di una delle solite ecografie di controllo a Sassari il nostro amico ginecologo
informa Marcella che lo stomaco sta risalendo in torace, anzi è risalito.
Questo significa che il rischio di polidramnios è altissimo. Si mette subito in
contatto con Genova e da lì intimano di ricoverare Marcella o in subordine di
metterla a riposo assoluto, di eseguire ogni due giorni i tracciati topografici
(il monitoraggio fetale) e di raggiungere il “Gaslini” al più tardi il 30
di ottobre per poi monitorare in loco la gravidanza e cercare di far nascere il
bambino non in emergenza e non prima della 36° settimana gestazionale, ossia a
metà del mese di novembre.
Panico
ed affanno, bisogna cambiare tutto, anticipare e partire venti giorni prima del
previsto. Dopo i primi momenti di confusione riusciamo ad organizzare il tutto.
Siamo pronti.
Ed
eccoci a domenica 29 ottobre. Con il morale non proprio eccelso alle 8 del
mattino vado a messa nella nostra parrocchia a Sassari, a San Vincenzo. Alla
preoccupazione per il viaggio imminente (abbiamo l’aereo alle 12 e 30 per Roma
e poi da lì per Genova) si aggiunge il dolore di dover lasciare a casa Flavia
Marcella. Io sono stato abituato a farlo: già lavoro non a Sassari e poi dal
2004 ho partecipato per l’Arma a due missioni all’estero, in Kosovo, di tre
mesi ciascuna e ciò mi ha impedito di trascorrere i suoi primi due Natali con
la mia bambina, ma per Marcella è il primo grande distacco dalla sua creatura,
e madre e figlia sono legatissime.
E’
la trentesima domenica del Tempo ordinario e la liturgia della parola propone
per la lettura il salmo 125: “CHI SEMINA NELLE LACRIME MIETERÀ CON GIUBILO.
NELL’ANDARE SE NE VA E PIANGE PORTANDO
Partiamo,
tra le lacrime.
Dopo
sette ore di viaggio e di attesa arriviamo a Genova e ci sistemiamo in albergo.
Marcella non chiude occhio e piange quasi tutta la notte: la tensione nervosa
degli ultimi mesi, tenuta a freno anche e soprattutto per rispetto alla bambina,
adesso prorompe senza freni. Cerco di consolarla, la coccolo, le parlo, cerco di
non piangere e verso le quattro del mattino ci assopiamo.
Il
resto accade quasi in un fiato. I controlli fatti a Genova confermano che lo
stomaco è fluttuante, ossia sale e scende dal torace, ma questo non pare
preoccupare più di tanto. Il liquido amniotico è normale, Pierfabrizio
lo inghiotte bene, l’ecocardiografia fetale dimostra che il polmoncino
di sinistra, seppur ovviamente piccolo, c’è, che ha il suo apparato
circolatorio arterovenoso ed anzi, ci consola il collega cardiologo, è tutto
perfettamente normale con un quadro anatomico che di solito in un ernia
diaframmatica sinistra è raro vedere. Un altro spiraglio di luce, forse il più
importante.
E
si, perché se il polmone di sinistra ossia quello compromesso, funzionerà, e
ci sono tutte le premesse anatomiche perché questo accada, si, sarà questione
di tempo, ma senza altre complicazioni si può ipotizzare che il piccolo ha
buone chances di farcela!!
Ringrazio
il Signore per questo.
Nel
frattempo, entrando nel sito della Quercia millenaria, di cui sono diventato
socio, trovo la risposta a quella domanda che troppe volte mi ero sentito
rivolgere in passato: leggo nella pagina degli ospiti la bellissima
testimonianza di David, un ragazzo di 23 anni che, ammalatosi seriamente, invece
di chiedersi “perché proprio a me?” rovesciando la domanda con un salto
intellettivo coraggioso e rivoluzionario per questi tempi tutti dediti al
benessere fisico ed al culto del corpo, si è chiesto senza timore “E
PERCHE’ A ME NO?” Ho subito fatta mia quella frase, che andava a coronare il
mio meditare dei mesi passati.
Sabato
11 novembre ci raggiungono in nave la nostra emozionantissima bambina e la
signora Lucia mamma di Marcella. Non ce la siamo sentita di restare separati più
a lungo, soprattutto adesso che a giorni la nostra famiglia avrebbe dovuto
affrontare il momento della verità.
Lunedì
13 novembre Marcella viene ricoverata e mercoledì 15, alle ore 9 e 26 nasce
Pietro Fabrizio. Io ero lì, in sala parto, grazie al fatto di essere medico (di
solito non fanno assistere per un parto cesareo). Mi ero preparato preghiere e
preghiere, ma al momento del dunque, quasi paralizzato dall’emozione, riesco
solo a dire una frase “Signore, sia fatta la tua volontà”.
Lo
tirano fuori, è quasi stupito di essere stato disturbato e strappato dal suo
caldo nido, fa in tempo ad emettere due vagiti che rivelano stupore e rabbia che
subito i due colleghi anestesisti rianimatori venuti lì per lui lo prendono in
consegna, lo intubano, lo sedano lo osservano per qualche minuto.Uno dei due si
rivolge a me dicendomi “Dalla prima impressione sembra un’ernia
diaframmatica impegnativa: gli sto dando il 95% di ossigeno (N.B.il valore
normale è 21%)”.
Poi
spariscono di corsa con il piccino verso il reparto di rianimazione neonatale.
Io per qualche ora sto vicino a Marcella, che comincia a soffrire per il taglio,
ma gli avvenimenti incalzano: occorre compiere un altro gesto importante, anzi
per me fondamentale: occorre battezzare quanto prima il bambino: vogliamo che
divenga figlio di Dio in Cristo e che così affronti la sua battaglia.
Avevo
già preso accordi con Padre Aldo il Cappuccino parroco del “Gaslini”, e così
alle 16 e 30 dello stesso 15 novembre io e lui (Marcella non poteva muoversi)
bardati di verde con gli speciali camici per visitatori entriamo nello stanzone
della rianimazione neonatale e, tra macchine che suonano, infermiere
indaffaratissime somministriamo il battesimo con sola acqua al piccolo Pietro
Fabrizio Benedetto Paolo Maria, che giace lì sedato, pieno di tubicini,
incosciente eppure bellissimo agli occhi miei.
E’
un battesimo quasi clandestino, nessuno degli astanti, troppo indaffarati a
portare soccorso ai tanti piccoli degenti, nessuno si avvicina e si unisce alle
nostre rapide preghiere. Eppure è un battesimo bellissimo, che non potrò mai
dimenticare.
Mentre
nei pochi minuti che mi sono concessi dopo il rito osservo la mia creatura, mi
ritornano in mente alcuni brani delle lettere di San Paolo: quelle ai Corinzi
(2Cor 12,8-10) “Ti basti la mia grazia: la mia potenza infatti si manifesta
pienamente nella debolezza. (..) Quando sono debole è allora che sono forte”
e 1Cor 1,28, “Dio ha scelto ciò che nel mondo è debole per confondere i
forti”
Il
mio piccolo è lì, respira, combatte, piccolo fragile esserino, combatte, e
combatte bene: la percentuale di ossigeno erogata è scesa adesso, otto ore dopo
la nascita, dal 95 al 45% un bel segno. Ha superato il primo grosso ostacolo, la
nascita, i primi atti del respiro, e soprattutto non si è instaurata la tanto
temuta condizione di ipertensione polmonare. Insomma, potrà essere operato
entro le 24-48 ore.
v
PIETRO,
perché per sopravvivere dovrà essere forte come la pietra, la roccia. E perché
crescendo mantenga salda la sua fede e costruisca la sua casa sopra la roccia;
v
FABRIZIO,
perché dovrà essere lui in prima persona il fabbro (faber), l’artefice della
sua vita, sin dai suoi primi momenti;
v
BENEDETTO,
perché ogni figlio, comunque sia fatto, qualunque sia la sua condizione fisica,
anche quando è impossibile non disperare, è una benedizione di Dio ed a Lui
deve dare ogni benedizione;
v
PAOLO,
come l’Apostolo delle genti, che dopo la sua conversione ha fatto del
viaggiare per annunciare il Vangelo la sua ragione di vita “usque ad
effusionem sanguinis” sino al martirio;
v
MARIA,
per onorare la promessa fatta da me alla Vergine quasi otto mesi prima, perché
è un nome dolcissimo, il nome di colei che ha unito il cielo alla terra, che è
indissolubilmente unita al mistero eucaristico: il Corpo di Cristo, la sua
Carne, il suo Sangue sono carne e sangue umani, datigli da Maria sua Madre.
Maria, che in ebraico vuol dire goccia, una piccola goccia da cui è scaturito
un mare infinito.
Prima
di andare via giro attorno all’edificio e vado nell’acquario, ossia nella
stanza con la grande vetrata da dove si può vedere dentro il box 1, la stanza
dove è ricoverato Pierfabrizio insieme ad altro sette otto bambini, i cui
genitori mi circondano per farmi coraggio e formularmi gli auguri: non ci
conosciamo, ma siamo accomunati da un’unica preoccupazione e da un solo
pensiero: i nostri cuccioli. Nei giorni seguenti imparerò a conoscerli e con
loro i loro bambini: Valeria, Francesco, Teresa, Lorenzo, i gemellini Asia e
Matteo, Amelio, Giulia, Alex. (Alcuni sono ancora lì, altri sono tornati a
casa. Qualcuno - ma non di loro - non ce l’ha fatta…)
Ringrazio
tutti e a tutti dico “Siamo nelle mani di Dio, i nostri piccoli sono nelle sue
mani.”
Poi
vedo tante, troppe persone attorno al mio piccolo: il collega di guardia, due o
tre infermiere e mi allarmo. So che l’ernia diaframmatica è tra le
malformazioni una di quelle che maggiormente impegna l’equipe medica, perché
interessa contemporaneamente tre dei quattro apparati vitali, il respiratorio,
il digerente e il cardiocircolatorio.
Lo
so, ma in quel momento non sono un medico, sono solo un papà preoccupato e sono
solo con i miei pensieri. Marcella è nel suo letto di ospedale e la vorrei qui
con me per darmi forza (lei appena operata, lei che non ha ancora visto il suo
bambino!!)
Sto
quasi per piangere, la tensione della giornata sta per giocarmi un brutto
scherzo, ma sono lacrime di stanchezza non di disperazione. Flavia Marcella è
con me: sfidando le ire delle infermiere la sollevo all’altezza del vetro per
farle vedere seppur da lontano quel fratellino che inconsapevolmente ha così
alterato la serena routine dei suoi giorni di bambina. Dice che è bello, che è
tutto nudo e che è monello, perché dorme sempre.
Imparerò
nei giorni seguenti che è una bella risposta: quando si è in rianimazione
stazionario significa che non è peggiorato, ed è già qualcosa per chi ha
bisogno di essere RI-ANIMATO (anche le parole hanno un peso, no?).
Vado
da Marcella che con lo sguardo mi chiede notizie e la conforto dicendole che va
tutto bene, per ora.
Adesso
ci attende la grande prova dell’intervento chirurgico programmato per il
pomeriggio. Alle 14 vado in rianimazione per il colloquio quotidiano con i
parenti, un rito carico di pathos: I genitori di Teresa, una piccola prematura,
mi fanno passare avanti, è il mio primo colloquio: Non li ringrazierò mai
abbastanza per la delicatezza di quel gesto semplice.
Entro:
la collega mi dice che durante la notte è un po’ peggiorato, ma che è
normale nei primi giorni. Comunque il polmone di destra funziona egregiamente e
verrà operato verso le 17. Parlo con le anestesiste, mi fanno firmare il
consenso all’anestesia sottolineando che il rischio anestesiologico è
altissimo, stiamo parlando di un neonato! Firmo (ovviamente), ripetendo anche a
loro il mio leit motiv “Siamo, è nelle mani di Dio”. Stessa scena col
chirurgo, stessa risposta da parte mia. Sono davvero sereno dentro e fuori (gli
altri genitori me lo diranno nei giorni successivi).
Alle
17 e 30 Pierfabrizio viene operato lì in rianimazione. L’intervento dura due
ore. Al termine le anestesiste mi dicono che non hanno avuto il minimo problema
e che si sono limitate all’essenziale. Anche il chirurgo esce soddisfatto,
distrutto ma soddisfatto: sono quasi le 20 quando lo arpiono sulle scale
estorcendogli le prime impressioni (positive). Ed anche questa è fatta! In due
giorni questa creatura ha affrontato e superato due prove titaniche, Maria
Santissima, il Beato Giovanni XXIII e Sant’Antonio gli sono vicini!
Riesco
a vederlo dal vetro, anche se non è vicinissimo: mi sembra un piccolo Gesù:
due aghi gli bucano i polsi, il drenaggio sul fianco destro come il colpo di
lancia al costato del Cristo in croce, le braccia allargate, un sensore rosso ad
un tallone: gli manca la corona di spine e i segni della flagellazione, ma per
il resto il suo corpicino testimonia in piccolo una “Passione” una
sofferenza intensa.
Me
ne commuovo.
Sabato
18 novembre accompagno Marcella con la sedia a rotelle dal bambino: è la prima
volta che vede Pierfabrizio, e lo deve vedere sedato pieno di tubi, incerottato.
Ma lei si dimostra forte, molto e (quasi) non piange.
Il
resto è presto detto: il decorso post operatorio è un continuum di
miglioramento, è un indecifrabile tempo di Grazia quello che avvolge la nostra
famiglia.
Nessuna
complicanza, nessuna infezione portata dai tubi, cateteri venosi centrali,
drenaggio. Dopo due giorni è meno sedato e comincia a guardarsi intorno,
curioso come tutti i cuccioli. Il 27 novembre, il giorno del mio 43°
compleanno, Pierfabrizio viene estubato e comincia a respirare in totale
autonomia. Il 30 gli tolgono catetere urinario e drenaggio. Il lunedì
successivo 4 dicembre viene traferito in chirurgia pediatrica, comincia
l’alimentazione per bocca, tutto va per il verso giusto tanto che ai miei
occhi si faceva vita concreta quanto promesso nel salmo 90 TU CHE ABITI AL
RIPARO DELL’ALTISSIMO, che così procede: “egli ti libererà dal laccio del
cacciatore, (…)ti coprirà con le sue penne, sotto le sue ali troverai
rifugio, (…) la sua fedeltà ti sarà scudo e corazza (…) Mille cadranno al
tuo fianco e diecimila alla tua destra ma nulla ti potrà colpire (…) poiché
tuo rifugio è il Signore e hai fatto dell’Altissimo la tua dimora, non ti
potrà colpire la sventura, nessun colpo cadrà sulla tua tenda. Egli darà
ordine ai suoi Angeli di custodirti in tutti i tuoi passi: Sulle loro mani ti
porteranno perché non inciampi nella pietra il tuo piede. Camminerai su aspidi
e vipere, schiaccerai leoni e draghi” E finisce: “Lo salverò perche a me si
è affidato; lo esalterò, perché ha conosciuto il mio nome. Mi invocherà e
gli darò risposta; presso di lui sarò nella sventura, lo salverò e lo renderò
glorioso. Lo sazierò di lunghi giorni e gli mostrerò la mia salvezza”.
Stava
accadendo proprio questo.
Sofonia
canta “Gioisci figlia di Sion, esulta, Israele. Il Signore ha revocato la tua
condanna, ha disperso il tuo nemico (…) Il Signore tuo Dio è in mezzo a te,
è un salvatore potente”
Il
salmo responsoriale, tratto da Isaia ribadisce: “Ecco, Dio è la mia
salvezza.”
Ma
è la seconda lettura che riservava, come già il salmo il 29 ottobre, il
messaggio più chiaro e diretto, quasi sconvolgente per la “coincidenza”
(Padre Pio, a chi gli diceva che molte cose sono coincidenze rispondeva: “E
chi dispone le coincidenze?”): la lettera di San Paolo ai Filippesi 4, 4-7 così
ci diceva: “ Fratelli, rallegratevi nel Signore, sempre; ve lo ripeto ancora,
rallegratevi. (…) Non angustiatevi per nulla, MA IN OGNI NECESSITA’ ESPONETE
A DIO LE VOSTRE RICHIESTE CON PREGHIERE SUPPLICHE E RINGRAZIAMENTI; E
De
te fabula narratur, ci siamo detti.
Il
28 dicembre è stato scelto apposta, perché anche Pierfabrizio è stato ed è
un martire ossia un testimone (questo in greco vuol dire martire) dell’amore
di Dio che per lui ha previsto di dare “giorni alla vita” e non “vita ai
giorni” (grazie per questa frase, che da sola vale un’enciclopedia, a
Emanuela e Giovanni genitori di Samuele) come invece in tanti altri dolorosi
casi, e porterà per tutta la vita sul suo corpo le cicatrici fisiche dei suoi
primi giorni.
E
adesso vive con noi, mangia vorace, dorme e cresce.
Non
tutto è passato: la vigilia di Natale l’abbiamo trascorsa in ospedale a
Sassari per un vomito ostinato che mi aveva fatto temere un’occlusione
intestinale (complicanza tipica di tutti gli operati in addome) con rischio di
dover intervenire chirurgicamente di nuovo. E invece poi era una gastroenterite
da virus parainfluenzale.
In
questi giorni abbiamo combattuto contro una iniziale bronchiolite, bella rogna
per tutti i neonati, figurarsi per chi ha un polmoncino e mezzo, ma ancora una
volta il suo piede non è inciampato sulla pietra.
Spero
che questa nostra storia sinora a lieto fine, il racconto di cinque incredibili
ed irripetibili mesi possa dare speranza a chi sente di essere disperato, a quei
genitori che, come noi si sono trovati, si trovano e si troveranno catapultati
in una realtà sino a quel momento sconosciuta, angosciante e drammatica.
Adesso
che ho terminato mi accorgo che, dal proposito iniziale, che prevedeva un
racconto stringato ed essenziale, la nostra storia si è trasformata in un
qualcosa di più corposo, ma ho pensato che ritmare anche il tempo dell’attesa
sia importante, perché è forse il tempo più difficile da far trascorrere.
C’è,
e se c’è qual è il significato di questa vicenda? Credo fermamente che un
significato ci sia, che si debba ricercare nell’efficacia della preghiera, e,
soprattutto nel riconoscere che noi creature umane abbiamo dei limiti, non
possiamo capire tutto, specialmente dei pensieri e delle vie di Dio che
“sovrastano le nostre vie quanto il cielo sovrasta la terra”, Egli rivela al
Profeta Isaia.
E
che il nostro Dio che ci ha fatto liberi e a sua immagine, quella libertà la
ama anche per sé, compresa la libertà di elargire o meno grazie, segni e
miracoli proprio perché le sue vie non sono le nostre vie.
Non
so ovviamente cosa ci riserverà il futuro, non so se vedrò diventare grande
Pierfabrizio o meno, ma so che questo periodo resterà nel mio animo indelebile.
Ringrazio
Gianluca e Sabrina, perché tramite il loro sito mi son sentito meno solo in
quei difficili caldi giorni dell’agosto 2006, perché la loro iniziativa è
davvero un’ispirazione dello Spirito Santo, una boccata di ossigeno dopo una
lunga apnea. Li abbraccio, e abbraccio Livia la loro primogenita, e Agnese
Benedetta, la piccola creatura che ha dato origine a tutto questo.
E
li ringrazio perché tramite loro ho scoperto la Quercia
Millenaria.
E
ringrazio Sabrina e Carlo per averla voluto fondare
Dio
ci protegga sempre, tutti.
E
ricordando il caro motto francescano auguriamo a tutti PACE E BENE.
FABRIZIO
e MARCELLA ANTILICI

Pierfabrizio
ALLEGO
UN SONETTO DA ME COMPOSTO A FEBBRAIO SCORSO PER IL MIO BAMBINO.
Tornando indietro ho
rivisto il cielo
brillare
di un azzurro senza fine,
reso
più dolce dalle ormai vicine
terre
dei miei ricordi che lo sgelo
dell’anima
accarezza. E in ogni stelo
che
in questi campi s’agita di brina
scorgo
quasi una gioiosa divina
lacrima
d’amore. Non son più solo.
il
frutto di così gravosa attesa
da
poco finita. Porto mio figlio.
E osservo incredulo
ogni suo sbadiglio
riempirmi
tiepido la casa accesa
dal
suo respiro che ci fa famiglia.
(Iglesias, 12 febbraio 2007)