Care Mamme e Papà, quella che vi presentiamo è la storia di Debora, Davide e Gabriele.

E’ la storia di una Famiglia speciale. La loro fede, la loro forza, il loro amore e la loro dignità di fronte agli eventi che li hanno visti protagonisti, li rende una Famiglia unica e meravigliosa. Nei giorni in cui Gabriele è stato in ospedale, ci hanno concesso di essergli al fianco, ed in questa maniera abbiamo avuto la possibilità di conoscerli. Insieme abbiamo partecipato ai due giorni del Raduno Nazionale 2007. Insieme abbiamo pregato nella Basilica di San Pietro.

Non riusciamo a nascondere in questa introduzione, il rapporto speciale che ci lega a questa Famiglia.

Grazie per averci permesso di condividere la vostra storia, grazie per l’esempio che ci avete dato e che continuate a darci. (GV)

 

La storia di Debora, Davide e Gabriele

 

La nostra storia, la storia di Debora, Davide e il nostro angioletto Gabriele, inizia il 15 Gennaio di quest’anno (2007), un giorno che non dimenticheremo mai tra tutti quelli che rimarranno nei nostri tristi ricordi.

Abbiamo riflettuto a lungo prima di decidere di raccontarla perché, come forse avrete già capito, non si conclude come tanto avremmo voluto.

Perfettamente dopo un anno di matrimonio Davide ed io decidiamo di avere un bambino (anche se in realtà lui era nei nostri pensieri e desideri già da tanto tempo) e così ci diciamo fortunati (ironia della sorte) quando già al primo mese la linea rosa sul test di gravidanza, fatto dopo appena venti giorni dall’ultimo ciclo, ci segnala che la nostra vita non sarà mai più la stessa, e quanto questo si dimostrerà poi vero…

Il pancione comincia a crescere, così come la nostra gioia nel vedere realizzarsi il sogno della nostra vita, sogno destinato ad infrangersi di fronte alla triste realtà.

Quel Lunedì 15 Gennaio, durante l’esame morfologico, pochi minuti dopo aver poggiato l’ecografo, il ginecologo emette due sentenze così diverse tra loro: “E’ un maschio” e aggiunge “c’è un problema”.

Su quel lettino, senza aver avuto neanche il tempo di poter gioire nel sapere il sesso del nostro bimbo, grosse lacrime cominciarono a bagnare il mio viso senza che io riuscissi a trattenerle, almeno un po’, in nessun modo.

Guardando in quei momenti il viso di Davide e di mia madre che cercavano nel contempo di nascondermi la loro preoccupazione e di capire cosa stesse succedendo, un dolore come mai avevo provato prima mi ha svelato come il diventare genitori comporta gioia e dolore allo stesso tempo, come tante volte mi era stato detto.

Diagnosi perfetta, e per quanto il ginecologo si augurasse di aver sbagliato, le visite succedutesi a 24, 48 e 72 ore in diversi studi medici confermarono la sua tesi: ernia diaframmatici sinistra.

Ricordo che quando si dissero sicuri della diagnosi, vicino al bagno di una clinica di Palermo, ebbi un momento di sconforto tale da preoccupare Davide e i miei genitori, che da allora non ci hanno mollato un attimo in tutto il nostro lungo e triste cammino.

Ricordo mia madre che in quell’istante prese con convinzione il mio viso tra le sue mani e mi disse: ”Lo vuoi comunque questo bambino? Te la senti di andare avanti? E allora forza!”.

Durante le numerose visite succedutesi nel corso della settimana ci avevano, infatti, più volte prospettato a cosa stavamo andando incontro e la possibilità di interrompere la gravidanza.

Ma mai con Davide siamo stati tanto d’accordo nel rigettare questa possibilità e nel dare una chance al nostro piccolo.

E forse proprio questo accanimento contro quello che sembrava proprio uno scherzo della natura, ci ha consentito di trascorrere diciamo “serenamente” quei lunghi e interminabili mesi.

L’amniocentesi fatta dopo quattro giorni cominciò a dare un barlume di luce: geneticamente il nostro Gabriele era a posto, e questo alimentava le nostre speranze.

L’ecocardio fetale fatta ogni quindici giorni garantiva che il suo cuoricino era a posto ma anche che gli organi erniati aumentavano nel tempo.

Fu allora che, navigando su internet, trovammo subito questo sito, cominciammo a leggere tutte le storie, piangendo come due bambini e convincendoci sempre più che ce l’avremmo fatta.

Alla fine di una storia appena letta trovammo un numero telefonico, e senza pensarci un attimo, eravamo già a telefono con Letizia, e qualche giorno dopo anche con Luca.

Non dimenticheremo mai quanto ci sono stati vicini, telefonicamente prima e anche fisicamente dopo.

Si doveva decidere dove far nascere Gabriele così nella notte del 20 Marzo, dopo aver gioito per la nascita della mia prima nipotina, partiamo in macchina per Roma e dopo dodici ore di viaggio (viviamo a Caltanissetta, piccola città nel centro della Sicilia), parliamo con colui che opererà il nostro piccolo, il prof. Pietro Bagolan, la nostra guida e il nostro conforto.

Veniamo ancora una volta informati del pericolo a cui andiamo incontro. E’ una dura battaglia ma anche lui, come tanti gli altri, si dimostra ottimista.

Senza bisogno di consultarci abbiamo già deciso che Gabriele nascerà a Roma, così ritorniamo giù aspettando di ripartire i primi di Maggio.

Per tenere la mente impegnata continuo a lavorare fino al nono mese, gli ultimi giorni sono veramente terribili, non riesco a muovermi e la fatica è immane.

Dopo centinaia di telefonate, in preda allo sconforto, riusciamo finalmente a trovare un monolocale nei pressi della clinica dove nascerà Gabriele, così decidiamo di prenderlo in affitto per i mesi di maggio e giugno.

Ma anche quel temuto polidramnios, aumento del liquido amniotico, arriva, e così con tutta la paura, la speranza, la stanchezza del momento anticipiamo la partenza e il 17 Aprile ci trasferiamo a Roma.

Trascorriamo un mese in una stanza di un appartamento concessoci dall’Associazione UNITALSI, e nonostante i timori del momento, riusciamo tutti e tre, mia madre sempre al seguito, a ridere e scherzare, creando una certa armonia che poteva sembrare, in un momento del genere, quasi fuori luogo.

Il giorno prima del ricovero, il 13 Maggio, ci trasferiamo nel monolocale in affitto; nel frattempo ci raggiunge anche mio padre e una mia zia.

Viene deciso che Gabriele nascerà Mercoledì 16 Maggio, e questo è quanto avviene.

La dottoressa Aite, psicologa del Bambino Gesù, come aveva promesso, la mattina arriva presto, così entro con lei in sala operatoria, tremo, tanto dalla paura quanto dal freddo che caratterizza le sale operatorie.

Non dimenticherò mai la sua mano che stringeva forte la mia: mi spiegava che i medici che avrebbero portato Gabriele via con loro, all’Ospedale Bambino Gesù, erano arrivati, che pian piano mi sarei addormentata; le raccomandavo, così come cento e cento volte avevo fatto con Davide, di scattare tante foto al mio piccolo, così che quando mi fossi svegliata avrei potuto conoscere almeno in foto il frutto del nostro amore.

E così avvenne, l’ambulanza portò via il nostro piccolo, e da quanto mi fu poi raccontato, era stato subito un codice rosso: era molto vivace e si era opposto all’intubazione,.

Mi risvegliai, Davide mi mostrò le foto, si assicurò che tutto andasse bene, e scappò via con mia madre al Bambino Gesù, e così fece per cinque giorni, dividendosi tra me e il nostro piccolo, mostrandomi nuove foto e cercando di spiegarmi cosa stesse succedendo.

La Domenica fui messa in uscita, arrivammo all’Ospedale, non riesco a descrivere l’emozione che mi pervase dietro quella porta, ma poi entrammo, e come mi era stato già annunciato, ebbi una sensazione terribile, la peggiore che una mamma possa mai provare: non lo sentivo mio, quell’esserino messo lì in quel lettino, sedato, intubato, sembrava non appartenermi, che dolore!

Gabriele

Ma pian piano, grazie all’insistenza di Davide che mi chiedeva di accarezzarlo, di parlargli (come tante volte avevo lui raccomandato prima del parto), mi si apriva davanti un mondo meraviglioso di emozioni, che Gabriele ci regalato giorno dopo giorno. Adesso accarezzarlo, annusarlo (lo faceva sempre Davide e chiedeva anche a me di farlo, perché affermava che aveva un odore bellissimo) era ogni giorno per me come un toccasana, era mio figlio, quanto lo amavo!

Aspettavamo che si decidesse il giorno dell’operazione, ma questo non avveniva mai, perché Gabriele si era sì stabilizzato, ma con parametri troppo alti, che non avrebbero consentito un eventuale aiuto durante l’intervento, e così giorno dopo giorno, dietro quella porta, cominciammo a credere che qualcuno, lassù, forse non voleva ascoltare le nostre preghiere: “Andateci a litigare in cappella!” diceva il dottor Bagolan.

Ogni giorno che passava le nostre paure aumentavano, cominciavamo a pensare che forse non saremmo mai arrivati all’intervento, ci spiegavano che la media dei giorni dopo i quali si giunge all’intervento era quattro-cinque, ma che alcuni bimbi erano stati operati anche dopo parecchie settimane.

Cominciavamo anche a chiederci che effetto avrebbero avuto a lungo termine questa ossigenazione così alta e i sedativi sempre più forti a cui Gabriele si stava assuefacendo e che lo rendevano sempre più agitato.

Ricordo che un giorno, vedendolo disperarsi e piangere in silenzio, poiché era sempre più assuefatto al sedativo, non mi sentii più la forza di stare lì, e uscii piangendo di corsa, strappandomi il camice di dosso. Un’infermiera, Angela, che tanto ha amato il nostro piccolo, mi corse dietro e, stringendo la mia mano al suo petto, mi disse: ”Gabriele ha bisogno di lei in questo momento, ha bisogno di sentire vicino la sua mamma”. Rientrai con lei, e da quel momento non mi staccai più da quel lettino.

Quante preghiere in quei giorni, e da parte di quanta gente….Ricordavo sempre le parole che Letizia diceva sempre al suo piccolo: “Non ti basterà una vita per ringraziare tutte le persone che hanno pregato per te!”.

Dopo quindici interminabili giorni, il 31 Maggio, ultimo giorno del mese mariano, tutto sembrò aggiustarsi, le infermiere ci sorridevano, i medici si dissero pronti, il dott. Bagolan affermò che Gabriele voleva essere operato proprio in quel giorno, e non c’era tempo da perdere.

Non poteva essere un caso il fatto che avvenisse proprio in quel giorno, mi dicevo.

Alle venti il dott. Danhave uscì per avvisarci che l’intervento stava iniziando; la cura con cui medici e infermieri si preoccupavano di noi, uscendo a comunicarci notizie ogni circa dieci minuti, fece sì che quelle due ore trascorressero serenamente, senza molta ansia ma con molta fiducia nelle persone che stavano operando il nostro piccolo.

Ricordo che il dott. Bagolan, terminato l’intervento, si trattenne con noi a lungo, spiegandoci che Gabriele non aveva avuto cadute durante l’operazione, ma che tutti gli organi erano erniati, che il buco del diaframma era tanto grosso da richiedere l’inserimento di un patch, che il polmone compromesso sembrava un po’ indurito, che adesso bisognava attendere.

Il giorno successivo, era un venerdì, lo ricordo come un giorno di grande speranza.

Era salito anche mio fratello e da dietro quella porta a cui solo Davide ed io avevamo accesso, continuavamo a dargli notizie: “L’ossigeno è sceso al 60, 50, 40%!”.

Arrivammo fino al 30%, era l’unico dato che riuscivamo a capire, ritornammo a casa alle stelle, Davide e mio fratello litigavano per come avrebbero sceso Gabriele.

“Domenica, quando me ne vado, mi porto via Gabriele!”, diceva, e non poteva di certo immaginare quanto queste parole mi facessero bene al cuore!

Ma già il Sabato, salendo in ospedale, trovammo una situazione tanto diversa, l’ossigenazione era al 100%, e da quel cento non scese mai.

Chiedevamo notizie, soprattutto Davide, che voleva sempre conoscere il significato di tutto, non si accontentava mai di uno “stazionario”, voleva sapere tutto nei minimi particolari, e a me questo faceva male, perché cominciavo a capire cosa stava succedendo, e temevo che il suo accanimento si potesse trasformare in rabbia.

Mi diceva: “Ho perso mio padre, mia sorella, il Signore non può togliermi anche mio figlio!”.

E io pregavo il Signore che non lo facesse, che non ci desse anche questo dolore, perché temevo di perderlo per questo, temevo che se fosse successo il peggio, non sarebbe mai stato più come prima, temevo di perdere al contempo mio figlio e mio marito, e per questo pregavo.

Giorno 7 Giugno, poiché la situazione andava sempre peggiorando, dopo il Corpus Domini, Padre Mario venne a battezzare il nostro Gabriele.

Non lo avevamo fatto fino ad allora perché eravamo stati tanto ottimisti da aver sempre sognato di battezzarlo giù in Sicilia, insieme alla cuginetta.

Quel battesimo sembrò un addio, per l’occasione era entrata mia madre. I medici, le infermiere, tutti attorno al nostro piccolo parteciparono al rito.

Ritornammo a casa, il dolore ci attanagliava, non parlavamo, chiamammo alle undici di sera, come facevamo tutte le sere, e ci dissero che la situazione era peggiorata.

Fu una notte di disperazione, volevo che Davide e mia madre mi stringessero forte le mani, non volevo si spegnesse la luce, continuavo a ripetere in preda alla disperazione:”E’ finita! E’ finita!”.

Ma la notte trascorse, e quando la mattina arrivammo all’ospedale provammo una strana sensazione: fu come se da quel momento ogni ora trascorsa con Gabriele fosse, come dire, guadagnata, e ringrazio il Signore proprio per quegli ultimi giorni, che abbiamo tanto assaporato come un regalo!

Il Lunedì mattina, giorno 11 Giugno, poiché dal giorno del parto avevo tirato e congelato tanto latte che avevamo deciso di donare alla banca del latte, ci eravamo recati presto in Ospedale per fare i prelievi di sangue necessari, e proprio mentre eravamo lì, la telefonata che avevamo tanto temuto in ventisei giorni, arrivò.

Ricordo come, mano nella mano, salimmo veloci su per la scala, arrivammo, ci chiesero di accompagnare il nostro piccolo nel passaggio più importante della sua breve esistenza, e così facemmo, tenendogli la mano, come avevamo fatto per tutto il tempo.

 

 

Lo abbiamo portato con noi a Caltanissetta, avere una tomba da rassettare, da tenere sempre pulita e ordinata è come se si sostituisse al prendersi cura di tuo figlio nella vita terrena.

Siamo arrivati a Caltanissetta la sera del 13 Giugno, seguendo per dodici lunghe ore la macchina che trasportava il nostro angelo. Davanti la Chiesa una folla di persone si era pian piano radunata, e ciò che ricordo con maggiore intensità era la strana sensazione di vedere un’enorme quantità di persone, ma in assoluto silenzio, era un silenzio assordante!

Davide volle portare la piccola bara bianca con le sue mani in chiesa. “E’ il nostro piccolo” dicemmo al nostro parroco, poggiando la piccola bara ai piedi dell’altare, “lo offriamo al Signore”.

Ricordo gli occhi gonfi di lacrime di tutti coloro che ci circondavano ai quali dicemmo: “Avevamo promesso che saremmo scesi con Gabriele, e lo abbiamo fatto!”

La mattina seguente Padre Tumminelli ci rivelò che si trovava in difficoltà, non sapeva come avrebbe impostato l’omelia, ma il Signore ha illuminato la sua mente in una maniera tale che per parecchi giorni tutti coloro che ci incontravano non parlavano di altro: “Che bella omelia” dicevano, e aggiungevano: “Vedere i vostri visi sereni, durante il funerale, ci ha insegnato e dato tanto!”.

Quella omelia, come avevamo voluto noi, fu una forma di ringraziamento per tutte quelle persone che avevano pregato per noi e che con noi avevano sofferto: non volevamo, avevamo detto la mattina al parroco, che la nostra storia fosse fonte di rabbia e sconforto nei confronti del Signore, ma di fede e speranza.

Ricordo con quanta intensità, poggiando il gomito sul leggio, alzando il tono della voce e fissando intensamente la folla di persone che si accalcavano nella chiesa, il parroco disse: ”E se qualcuno qui dentro sta pensando: se….. ma….. ricordo che non c’è spazio per nessun se e nessun ma !”.

Cento e cento volte ci siamo infatti detti con Davide che anche conoscendo a priori il risultato, rifaremmo tutto daccapo, perché sono stati solo 26 giorni, ma 26 giorni speciali, che ci hanno concesso di conoscere il nostro angelo e di soffrire e gioire con lui.

Spesso mi chiedo dove siano finite tutte le preghiere per Gabriele. Mi hanno detto che nessuna preghiera va perduta, il Signore le ascolta in un modo che noi non capiamo.

E’ difficile andare avanti, pochi alti e molti bassi, quando sembra di aver guadagnato qualcosa, basta poco per ricadere.

Le lacrime non si contano più, i momenti di sconforto ci attanagliano, ma adesso è l’ora di far vivere il nostro piccolo nei nostri cuori.

Non è facile, anzi è difficilissimo, ma l’idea di aver fatto tutto per il nostro piccolo ci consola.

Lui è sempre con noi, nei nostri discorsi, nei nostri progetti.

Lui è stato ed è l’elemento che ha saldato la nostra unione.

Possa il sacrificio di Gabriele essere di aiuto e conforto a tutti coloro che si trovano nella situazione di dover decidere.

Tante sarebbero le persone da ringraziare: il Professor Canzone e tutti i medici del centro Artemisia di Palermo, che con grande umanità e professionalità ci hanno guidato nei nostri primi passi, proprio quando eravamo più smarriti, sostenendoci ed accompagnandoci nel nostro cammino; tutto il personale dell’Ospedale “Bambino Gesù”, che con tanto affetto si è preso cura di tutti e tre, e i medici, che con tanta pazienza ed umiltà ci hanno sostenuto in tutto il percorso, perché se oggi riusciamo a guardare con speranza al futuro è anche grazie a loro; tutti gli amici e i parenti, che tanto ci sono stati vicini ed hanno pregato per noi, in Sicilia, in Svizzera, negli Stati Uniti e in Canada, perché l’amore e l’affetto che ci hanno dimostrato rimarrà sempre nei nostri cuori e non verrà mai dimenticato; i genitori degli altri bimbi, che ogni giorno ci hanno sostenuto con il loro immenso calore, e un pensiero va a quegli angioletti che abbiamo conosciuto e che adesso fanno parte, con Gabriele, della schiera degli angeli del Signore.    

 

Un bacio alla nostra piccola nipotina, che Gabriele sia sempre il suo angelo custode.

Un ringraziamento a questo sito e a coloro che vi ruotano attorno, che tanta speranza e tanto affetto ci hanno donato in maniera del tutto gratuita.

E a quei genitori che si stanno preparando a vivere questa esperienza vogliamo dire che, comunque vada, il vostro bimbo vi donerà tanto, ma così tanto, che non finirete mai di ringraziare il Signore per avervelo donato.

Ci scusiamo per essere stati prolissi, abbiamo scritto la nostra storia non solo per gli altri, ma anche per noi stessi, e la necessità di raccontare i particolari nasce dalla paura che il tempo li possa cancellare o anche solo affievolire.

 

Dolce Gabriele, sei speciale, mamma e papà ti ameranno sempre.  

Sulla sua lapide, dopo la data di nascita e quella di morte, si legge:

   “Il dolore si cura con l’amore”.

Il giorno 22 ottobre 2008 Davide e Debora sono diventati nuovamente genitori per l'arrivo della piccola Alessia. Benvenuta stellina